Piano piano… un granello.

La neve è scesa stanotte, giusto una spolverata come zucchero a velo. Nel frattempo ho ragionato molto sull’intenzione che intendo dare a questo spazio, come detto ieri, riservato a pochissime persone.

Dare la giusta intenzione a tutto ciò che si fa equivale a domandarsi: perché lo faccio e perché in questo modo?

Nel mio lavoro, ad esempio, è una domanda alla quale ho dovuto rispondere molte volte, poco importa se sia stato per qualcosa di molto importante o meno. In sunto credo sia semplicemente il modo attraverso il quale ci si pone e ci si presenta all’interno di un contesto nel modo giusto. Il modo giusto, già…

Ragionando, e ne sono convinta ormai da tempo, il modo giusto per me risiede nel “sentirmi libera” di essere attraverso il mio mondo creativo e le mie spesso controverse condizioni emotive.

È verità quella che sottolinea l’esistenza di mondi “non per tutti” questo perché ho dedotto cammin facendo, che occorra possedere quel tanto di sensibilità artistica, di vissuto personale, e di cura verso la propria anima in grado di generare curiosità e desiderio di condivisione anche empatica. Piacere o non piacere è in assoluto l’ultima risorsa alla quale attingerei pur di collocarmi in vetta alla classifica dei the best, motivo per il quale sbotto in versione vulcanica quando qualcuno tenta di farmi passare per una bisognosa da podio.

Chi vive e matura nel tempo la sua (molto personale) esigenza espressiva, perfettamente allineata alla creatività (l’arte ne è il supporto ma non la matrice) non va alla ricerca di assensi ma di emozioni. Emozionare sé stessi equivale a dare qualcosa agli altri, foss’anche per la gioia provata nell’aver raccolto il granello di sabbia più luminescente in un anfiteatro sabbioso.

Ecco quindi che l’intenzione di questo piccolo spazio va a legarsi con il mio giusto gusto personale che tradotto in parole povere sta proprio nella luminescenza di quel granello.

Ho sofferto quel tanto nella mia vita da pormi fra i casi più insoluti, irrisolti, forse inclassificabili per le altrui comode esigenze, motivo per il quale mi è necessario creare cerchi (anche produttivi) per poi andarli a chiudere. È un’attitudine? Una propensione a? È necessità, ossigeno, desiderio?

È il mio modo giusto, l’alleato del mio quotidiano che è tutto fuorché semplice e liscio come l’olio. Al contrario è faticoso perché ruoto in un moto perpetuo che non ha quiete né spegnimento. A volte arrivo a stremare quella parte di me insoddisfatta che al contrario dovrebbe allargarsi in un sorriso compiaciuto adagiandosi in un tacito assenso di pace interiore.

Non essendo così, questa mia natura che ha inglobato il mondo intero e forse anche le stelle, costruisco e ricostruisco.

Oggi inizio a creare dal nulla Théâtre atelier, immaginando cosa vorrei vedere, trovare, e poter curiosare una volta aperti i tendoni.

Non conta più il resto purché quel granello serva a raccontare con dignità.

T.A.

Théâtre atelier.

Théâtre atelier è il punto d’arrivo dopo un lungo viaggio. Un viaggio che descriverò poco a poco nelle prossime pagine di questo Atelier che si farà Teatro di vita.

Un luogo per pochi, intimi, scelti con cura, un angolino il mio in cui le parole si faranno tramonto e i pensieri l’alba del giorno nuovo.

Forse un piccolo tempio non adatto a tutti, forse una me consapevole di non essere adattabile a tutto, ciò nonostante sempre pronta a seguire il vento del nord.

Ognuno in fondo ha il suo Pantoufle, il suo cioccolatino preferito, il suo profumo e quel sogno nascosto ai più.

Vento alla mano, proseguo il viaggio.

T.A.

Propongo per questo soave inizio questo brano prezioso, dono di un’amica-blogger a me cara.